Leggi un Estratto — I Ritmi dei Vostri Giorni · The DIMAs EN
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Prima di iniziare
il viaggio

Non dovresti fidarti sulla parola. Ecco le prime pagine — Prologo e Capitolo 1, per intero, gratis. Se Sofia e Isacco ti convincono in queste poche righe, il resto del viaggio ti aspetta.

Prologo + Capitolo 1 ~8 minuti di lettura 2 canzoni, come nel libro
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“Il futuro non è un’eredità che ci spetta di diritto, ma una promessa che dobbiamo conquistare ogni giorno con le nostre scelte coraggiose.” — Carlo David
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“Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime,
la sua e la mia sono uguali.” — Emily Brontë, «Cime Tempestose»

A St Andrews l’estate era più una leggenda accademica che una realtà meteorologica.

Se ne discuteva, tra gli studenti rimasti nel periodo estivo, nei corridoi del Dipartimento di Scienze, con lo stesso fervore con cui si dibatteva di onde gravitazionali o dell’etica kantiana, ma nessuno l’aveva mai davvero vista.

Quel giorno il cielo era basso e grigio, sospeso in un’attesa che sapeva di pioggia non ancora caduta.

Eppure, proprio quella sera, al civico 55 di East Scores, le finestre tremavano sotto le vibrazioni di una vera festa studentesca. Il rumore delle risate si mescolava al crepitio di bottiglie schiacciate, mentre la musica amplificata saturava ogni angolo, ribaltando la calma sobria tipica di St Andrews. L’odore di birra tiepida e sudore si mescolava a quello, più acre, di un vinile finito sotto troppe scarpe.

Ogni stanza era un microcosmo, un esperimento sociale in atto, con ombre che si muovevano freneticamente fra le pareti scarabocchiate di poster consumati e mensole traballanti. Filosofi assorti, fisici con il cappello storto, letterati dal volto stanco e matematici dai gesti nervosi si contorcevano tra danze scoordinate e conversazioni sovrapposte.

Sofia, vent’anni, occhi castani e capelli scuri raccolti alla meglio, era lì solo perché trascinata da un’amica con una missione precisa: farla socializzare.

L’amica, quella con gli esami sempre in ritardo e mai un dubbio in testa, agitava il braccio con la convinzione di chi ha già deciso per entrambe. Impossibile resistere.

Sofia, che di socializzare non aveva alcuna intenzione, si era vestita con una cura disordinata: un cardigan beige, troppo largo, a costituire un’armatura contro il frastuono, mentre un paio di occhiali dalla montatura sottile le conferiva un’aria da studiosa malinconica.

Studentessa di filosofia, collezionava dubbi esistenziali come altri collezionano francobolli. Si era data venti minuti al massimo, quindi rientro in appartamento: Schopenhauer, tè nero, Sigur Rós, e l’anima a pezzi, com’era giusto.

Poi lo vide.

Appoggiato a una libreria traballante, tra volumi d’informatica, testi di astrofisica, trasmissione del calore, algebra lineare, e un dvd di Interstellar conservato stile reliquia, c’era un ragazzo con aria incurante, una birra mezza calda in mano e una felpa color terra di Siena, così vissuta da sembrare più vecchia di lui.

Isacco sembrava l’unico, in quella stanza, a non avere bisogno di alzare la voce per esistere: fermo, silenzioso, immune al caos festaiolo che gli ribolliva intorno — come se qualcuno avesse premuto pausa solo per lui.

Aveva una passione per fenomeni che facevano venire l’orticaria ai comuni mortali: teorie quantistiche, armoniche nascoste, e quelle magìe invisibili che spiegavano perché il wi-fi non funzionava mai nei bagni dell’università (problema che, va detto, la fisica quantistica non ha ancora risolto del tutto).

Eppure, quella sera, Sofia sentì qualcosa di diverso: una di quelle sensazioni che bussano alla porta della logica difensiva, non ricevono risposta, e allora entrano comunque dalla finestra, si versano un tè e si accomodano come se fossero di casa.

Quel suo essere un centro di calma imperturbabile — il genere di calma che di solito si trova solo nei monaci tibetani o nei termosifoni spenti — esercitava su di lei un’attrazione contro cui ogni buon proposito aveva combattuto, e aveva perso.

Si avvicinò. Del resto, nella sala scommesse universitaria, nessun bookmaker avrebbe accettato puntate sul suo silenzio: una certezza come Roma vuota ad agosto per decreto non scritto.

«Ti piace questa canzone?» chiese, indicando un pezzo storico dei Primal Scream che rimbalzava sulle pareti con un’energia tangibile.

Isacco la guardò: una ragazza uscita da una teoria alternativa del tempo, qualcosa di inatteso e incongruo.

«Sì. Ma solo se lo ascolti al volume giusto» rispose lentamente. «Troppo basso perde senso. Troppo alto, ti porti l’acufene per una settimana.»

Sofia sorrise, sorpresa e colta in contropiede da quella risposta, così ragionata ma naturale.

«Interessante. Sei uno che calcola il volume ottimale per emozionarsi, eh?»

«In effetti… ci ho pensato. Ogni brano ha una sua frequenza ideale, una risonanza emotiva. Bisogna solo trovarla.»

«Fisico, vero?»

«Tradito dal gergo tecnico?»

«E dalla camicia stropicciata. Siete un club segreto, voi fisici?»

«Ci riconosciamo dai calzini spaiati,» ribatté con un mezzo sorriso.

«Perfetto. Allora mi dichiaro filosofa pura.»

«Una filosofa e un fisico. Destinati a discutere per ore senza mai convincerci.»

«Ma almeno con una buona colonna sonora.»

Il dialogo si sciolse in un gioco di musica e parole — un’intesa insolita, quasi fuori tempo, per due ventenni a cui il presente avrebbe dovuto riempire le orecchie molto più degli anni Ottanta, Novanta, i primi Duemila. Ma né lei né lui si fermarono a chiedersi perché fosse così facile riconoscersi in coordinate che, a rigor di anagrafe, non erano le loro. Assomigliavano a due esploratori che disegnano mappe di continenti mai scoperti.

Sofia lo sfidò con domande curiose, forse per testare quella fedeltà a un tempo che non era il suo. «Di quella tua epoca sacra, che cosa salveresti?»

«Se parli di musica, dipende dal giorno della settimana, ma ok, ci provo. Intanto: zero Beatles, troppo facile, sennò sembra che li abbia scoperti io ieri. Poi sì, tutto quello che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca: i Midnight Oil, gli Stone Roses, i R.E.M., gli Smiths, i Deus, quelli belgi che quasi nessuno conosce e va benissimo così, i Talk Talk, gli Oasis, e i James — occhio ai James, in UK sono praticamente dei giganti.»

«Respira,» lo interruppe Sofia, ridendo. «Non è un esame.»

«Scusa, poi Happy Mondays, Kasabian, i Depeche Mode che restano avanti di vent’anni a tutti, New Order, Jesus Jones, Human League, Underworld, i primi Coldplay prima che diventassero da stadio, gli U2 di The Streets, i Cake, i Police, Carter USM e il genio puro di Jim Bob… ok, mi fermo, altrimenti vado avanti fino a domattina e mi cacciano dalla casa per la disperazione. Comunque, sopra tutti, i Clash. Joe Strummer, Mick Jones. Lester Bangs li chiamava ‘the only band that matters’ e te lo giuro, certe playlist ‘for you’ di Spotify sembrano pensarla allo stesso modo.»

«Sì veramente, grandi i Clash, ma scusa, chi è Lester Bangs?»

«Non lo so, ma mi piace il nome.»

«Ok, approvo. E più dei giorni nostri?»

«Boh, un po’ tutti uguali, se devo essere sincero — anche se ovviamente ci sono eccezioni, e i grandi vecchi continuano a tirar fuori roba che spacca. Ma sì, ogni tanto scopro con tre anni di ritardo qualcosa che mi cambia la settimana. Ad esempio, certi pezzi indie che sembrano scritti da gente che ha appena chiuso una storia e non si è ancora resa conto di cosa le sia successo.»

«Ad esempio?»

«I The National, sempre. E soprattutto Jamie T, inoltre…»

«Davvero?» lo interruppe Sofia. «Hai detto Jamie T? Lo adoro anche io.»

«Sì, lui, un genio sottostimato, poi continuo con Mr.E e i suoi Eels, che suona ancora come uno appena uscito vivo da una tempesta di neve emotiva. Ascolto musica sul serio da quando avevo cinque anni — e sì, lo so come suona detto da uno della mia età, ma se ci pensi è anche un po’ il bello di adesso: con lo streaming non esistono più ‘la mia generazione’ e ‘la tua’, esiste solo quello che ti arriva in cuffia, e a me arriva questo. A proposito ti consiglio i Balu Brigada, scoperti per caso grazie ad un’amica down-under. Poi adoro gli italiani con la A maiuscola: il talentuoso Umberto Maria Giardini, in arte ex Moltheni, l’eclettico Motta, il mitico Bugo, ma anche Cosmo e i mostri sacri: Battisti, Battiato, Rino Gaetano, il primo Ruggeri. Ho avuto la fortuna di un papà con i gusti larghi e una mamma pianista classica; quindi, ho potuto scegliere senza vincoli — e mi sono fatto un orecchio che non si è mai davvero allineato a quello che passa la radio adesso. Chiamala pure deformazione di famiglia.»

Sofia annuì, intrappolata da quell’elenco e da quel tono. «Io sono più caotica, dai. Mozart e poi hip-hop e poi country americano, senza preavviso, e non mi vergogno. Mi piacciono molto anche Stormzy e Little Simz che ho conosciuto nell’ultimo anno, ma il mio inglese preferito resta, come ti ho detto, James Alexander Treays, in arte l’immenso Jamie T da Wimbledon. L’ho visto dal vivo a Finsbury Park. Mi piace tantissimo anche ascoltare Roberta Di Mario, una pianista e compositrice italiana che ho visto live una volta e da quel giorno non riesco più a smettere. Poi sì, anche la musica d’autore italiana. L’anno scorso, inoltre, una compagna di stanza mi ha martellato i timpani per due mesi finché non ho ceduto ad alcuni storici indie-pop scozzesi e inglesi — Starsailors, Editors, Doves, Snow Patrol — che ora adoro. Mi piace comunque in generale, oltre alla musica ed alla struttura melodica, cercare di comprendere i testi o, meglio, interpretarli a modo mio, quindi versioni opposte anche delle stesse liriche.»

«Sei una filosofa: è normale. Dovete sempre contraddirvi.»

«Ci piace l’incoerenza strutturata. E adoro quando una sinfonia di Beethoven ti apre lo stomaco, e subito dopo una base elettronica ti rimette insieme.»

«Mi piace. Una chirurgia musicale.»

«Ma se vuoi una cosa vera, recente, che mi sta letteralmente ossessionando in questo momento, sono le The Last Dinner Party — le hai sentite? Hanno un suono enorme, teatrale, quasi barocco, sembra che vogliano fare un musical e un disco rock insieme. E poi le Wet Leg, che mi fanno ridere e pensare nella stessa strofa, e English Teacher, che ho scoperto un mese fa e da allora in loop continuo nei miei ascolti. Sono le band del momento, quelle che tra dieci anni la gente dirà ‘io le seguivo già allora’. Io le seguo adesso.»

«Le ho sentite» ribatté Isacco, con un mezzo sorriso più scettico di quanto fosse in realtà. «Sono brave, eh. Però datemi tempo: torniamo a riparlarne in vent’anni.»

«Aspetta. Fra vent’anni? Sei serio?»

«Serissimo. Solo allora saprò se mi piacciono davvero, o se mi piace solo il fatto che sono nuove.»

«Sei un talebano della discografia, lo sai?» rise Sofia. «Io invece sono convinta che si possa amare una cosa nata ieri con la stessa intensità di una nata quarant’anni fa. Il tempo non è una garanzia di qualità. È solo tempo. Tu ti fidi di quello che ha già superato la prova. Io mi fido di quello che la prova non l’ha ancora superata, ma promette di farlo. Sono due modi diversi di avere ragione, credo.»

Sorrise, temendo un’ombra di compatimento, poi gli fece una nuova domanda: «E tu? Ascolti mai qualcosa fuori dal tuo periodo, quello sacro degli ’80, ’90 e inizio secolo, anche se sarebbe più opportuno dire sacro per i tuoi genitori?»

«Ogni tanto. Ma ho una debolezza per le colonne sonore. Quelle di film che non ho mai visto.»

«Strano.»

«No, è geniale. Così posso immaginarmi io il film.»

Sofia rise di gusto, una risata breve, che rimase nell’aria qualche secondo di troppo.

«Questa me la segno.»

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Forse la frequenza giusta. Il momento giusto. Il posto giusto. Le persone giuste. Quando si scambiarono i numeri di telefono, fu un po’ l’accordare due strumenti destinati a suonare lo stesso brano.

Nessuno dei due immaginava che quella sincronia li avrebbe portati lontano, ben oltre St Andrews, e molto più a fondo di quanto avessero mai osato sperare.

A ritmo di vinile e domande senza risposta, il loro viaggio stava cominciando. E fuori, l’estate restava ancora una leggenda: immobile nell’aria scura, un segreto che aspettava.

21 giorni · 18 città · 144 canzoni

Il viaggio è appena cominciato

Da St Andrews a Edimburgo, attraverso il Regno Unito che non è nelle guide turistiche. Ogni capitolo, una canzone che apre Spotify nello stesso istante.

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